Coraggio Oropa

Tenere in vita il Santuario costa circa 5 euro al minuto, sempre che si escludano le spese dovute a lavori “straordinari”. Questo il contenuto del messaggio di poche righe, stampato su un ritaglio di foglio A4, che ci viene consegnato, insieme ad una busta per eventuali donazioni, al momento dell’accoglienza.

La schiettezza del gesto testimonia le difficoltà economiche nell’affrontare la gestione di questo luogo.

Oropa è Patrimonio dell’umanità. Una di quelle meraviglie italiane che da sole valgono un viaggio da qualsiasi località di provenienza nel mondo.

Sacro per molti, meta ideale per escursioni in montagna o, semplicemente, posto in cui rifugiarsi, nei periodi estivi, dal caldo cittadino per altri. Certo un luogo che ti accoglie, da sempre, con la sua grandezza a ben 1200 m s.l.m.

Il Santuario sotto il cielo“.

Ci piace pensare che le parole di don Tonino Bello, incorniciate sui muri della “Latteria”, possano essere evocative di una rinascita continua di questo luogo:

Venerdì Santo ore 15

Coraggio!

Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio.

Tra poco il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali, e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

 

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La Giornata nazionale dei Paesaggi

Il comunicato stampa del Ministero, recita: “La Giornata nazionale del Paesaggio è istituita con decreto ministeriale del 7 ottobre 2016 e sarà celebrata ogni anno il 14 marzo. L’obiettivo è promuovere la cultura del paesaggio in tutte le sue forme e sensibilizzare i cittadini sui temi ad essa legati attraverso attività da realizzarsi sull’intero territorio nazionale che vedranno il concorso e la collaborazione delle Amministrazioni e delle istituzioni, pubbliche e private. In attuazione della Convenzione Europea del Paesaggio (D.M. n.457/2016) si richiama il Paesaggio quale valore identitario del Paese e si trasmette, soprattutto alle nuove generazioni, il messaggio che la tutela del Paesaggio e la memoria storica che ne deriva costituiscono valori culturali essenziali per uno sviluppo consapevole del territorio.”

Vogliamo celebrare anche noi questa nuova, importante ricorrenza e lo faremo dando il nostro contributo. Cercheremo però di attirare l’attenzione non solo verso il Paesaggio, quello con la p maiuscola, ma proveremo a guardare anche i paesaggi ordinari, che appartengono alla vita di ciascuno di noi, i paesaggi che quotidianamente abbiamo davanti agli occhi.

Celebrare la giornata del Paesaggio il 14 marzo, vuole essere il tentativo di prenderci cura di tutti i paesaggi, sapendo che ogni azione pubblica o privata che riguarda il nostro territorio li va a modificare. Al di la dei festeggiamenti ufficiali sarà necessario ricordarsi sempre che siamo immersi nei paesaggi e che questi influenzano la qualità della nostra vita. Il pericolo è limitarsi a considerare il Paesaggio solo come isole “esclusive”, frammenti superstiti ai processi di trasformazione del territorio, piuttosto che come insieme di nuovi luoghi da rendere “inclusivi”. Guardarsi attorno con maggiore curiosità è utile secondo noi a “promuovere la cultura del paesaggio in tutte le sue forme e sensibilizzare i cittadini sui temi ad essa legati” come afferma il Ministero dei beni e delle attività del turismo.

Pubblichiamo alcune fotografie che raccontano i nostri paesaggi ordinari, e chiudiamo con le parole di Luigi Ghirri, in Lezioni di fotografia: “Quello che abbiamo attorno non viene mai rappresentato. Questa negazione dello spazio in cui viviamo credo sia un dato storicamente molto significativo: all’incapacità di rapportarci con lo spazio, con l’ambiente, corrisponde un’assenza di rappresentazione. Da questo deriva, probabilmente, una progressiva disattenzione, e in qualche misura un atteggiamento di incuria nei confronti delle problematiche ambientali, ecologiche. In questo senso la fotografia può costituire uno strumento fondamentale, che permette di recuperare un rapporto più diretto con l’ambiente, consentendo un’apertura di maggiore complessità, permettendo scoperte non solo di bellezza ma anche di valori di altro segno.”

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Un “ventennio” fa.

Ci sono luoghi che continuano a stupirci, a distanza di anni, per la loro capacità di non cambiare, di restare sempre uguali a se stessi: sia nella loro bellezza, sia nei propri limiti congeniti.

Gaeta, gennaio 2018. Tutto sembra rimasto come nei miei ricordi di bambino: le bancarelle di accoglienza, chiuse vista la stagione invernale; l’insegna, color azzurro, dell’accesso alla “Grotta del Turco”; i suggestivi scorci paesaggistici della “Montagna Spaccata” e del belvedere. Poi, a sopraggiungere è la percezione di una difficoltà gestionale diffusa: l’accesso alla grotta, da più di un anno, possibile solo fino al sessantesimo scalino per motivi di sicurezza, visti i crolli della parete rocciosa; i limiti delle urbanizzazioni e dell’edilizia al contesto; i “soliti” elementi di degrado.

Quello che resta, alla fine, è un’immagine complessiva in cui prevalgono i contrasti (uomo-natura; spirito-materia; bello-brutto, sacro-profano, amore e disprezzo), forse ben sintetizzata dall’accostamento impossibile, nella vetrina di un bar, di souvenir nostalgici del ventennio fascista con immagini sacre del Santuario della SS. Trinità.

Prendersi cura di questi luoghi, attraverso la fotografia, significa soprattutto tentare di immaginarli migliorabili. Superare le “letture limitate” di denuncia, degli elementi di degrado, piuttosto che di propaganda, delle componenti di pregio, provando a restituire lo stato di fatto nella sua complessità.

E’ solo dalla comprensione di questa complessità, spesso semplicemente accettata come un’abitudine, che è possibile proporre una lettura delle criticità, in “negativo”, finalizzata all’individuazione di possibili scenari di sviluppo. Chiedendosi se il modo di cambiare, o non cambiare, del luogo continua, attraverso gli anni, a dare forma ai desideri o se sono i desideri ad essere cancellati dal luogo stesso.

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L’incompiuto consolidato

Il progetto è stato realizzato da G.A.S.A.Bi.Le (Gruppo d’acquisto del territorio di Legnano e zone limitrofe) e dall’Associazione fotografica Circolo87 di San Vittore Olona (MI)

L’incompiuto consolidato è un capitolo del racconto sulla trasformazione del paesaggio urbano tra Milano e Varese negli ultimi anni.

Ci siamo presi il tempo per raccontare come molti edifici semi-realizzati o abbandonati facciano ormai parte del nostro quotidiano, come esista una rassegnata convivenza tra la città attiva e le strutture incompiute.

Il territorio qui narrato, da sempre sacrificato in nome della produttività, dello sviluppo economico, eccessivamente antropizzato e cementificato, è stato trasformato da risorsa primaria per l’uomo a merce economica.

Oggi la crisi economica e l’involuzione generale compiono un ulteriore danno nei confronti del territorio, lasciandogli in eredità innumerevoli edifici vuoti, opere non finite o sovradimensionate a occupare inutilmente spazi urbani.

Lo scopo di questo percorso fotografico è quello di riprenderci un po’ di tempo, scattando una foto, per dare una voce al paesaggio in cui viviamo.

Il progetto è stato realizzato da G.A.S.A.Bi.Le (Gruppo d’acquisto del territorio di Legnano e zone limitrofe) e dall’Associazione fotografica Circolo87 di San Vittore Olona (MI)​

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Se un visitatore…

Con la mostra transavantgarbage di Marisa Laurito (http://transavantgarbage.it/) si aprono delle “finestre” inusuali che dalla Villa Reale di Monza consentono al visitatore un’immersione sulle “terre dei fuochi e di nessuno“.
Territori compromessi dall’azione criminale dell’uomo, popolazioni che pure abitano questi luoghi, con sentimenti contrastanti di rabbia, terrore, abitudine e speranza.
La fotografia, diventa strumento di racconto del “brutto” attraverso la ricerca sensazionale del “bello”.
Quasi a voler “consegnare” a questi territori e alle relative popolazioni “una goccia di splendore, di umanità, di verità“. Nel tentativo coraggioso di ricercare l’attenzione e la partecipazione attiva di una “maggioranza”  che troppo spesso d’inanzi alla questione delle diverse “minoranze” sta “come un’abitudine“.

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Cesate di cantiere a Milano

Evento spontaneo di “Street art” formale a Milano, attraverso le cesate di cantiere.

L’evento:

  • in quanto spontaneo, non risulta organizzato da nessuno;
  • è diffuso sull’intero territorio comunale. Le installazioni sono opportunamente indicate dalla segnaletica temporanea di lavori in corso;
  • è totalmente gratuito;
  • è temporaneo vista la durata variabile delle singole installazioni. I grandi vuoti urbani, considerata la loro presenza ormai pluriennale sul territorio, costituiscono tuttavia un valido punto di riferimento per la visita;
  • è fotografabile in tutte le sue parti (a patto di non oltrepassare le cesate stesse);
  • per essere apprezzato a pieno è necessario applicare il proprio occhio nelle fessure delle cesate e guardare;
  • non è valido ai fini del raggiungimento dei crediti formativi.
  • non interessa i cantieri della M4 per cui è stata indetta apposita procedura concorsuale per la “vestizione artistica delle cesate”.

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Resilienze urbane

“una città resiliente è quella che ha sviluppato le capacità per assorbire gli shocks futuri e gli stress alle componenti sociali, economiche, dei sistemi tecnologici e infrastrutturali attraverso processi di “evoluzione/adattamento” mantenendo riconoscibili le sue funzioni, strutture e identità”

ResilientCity.org

 

Le immagini, scattate in tempi e luoghi diversi della periferia milanese, restituiscono alcune modalità di adattamento, negli usi degli spazi aperti, da parte delle persone che li abitano.

Spazi progettati, oggetto di interventi di riqualificazione; oppure semplici elementi urbani residuali, non pensati per essere destinati a usi comuni o individuali.  Quasi sempre spazi pubblici.

Luoghi a volte reinterpretati e rifunzionalizzati da usi individuali e/o collettivi in forme di appropriazione e adattamento quali  risposte straordinarie ad emergenze urbane, sociali ed economiche.
A volte semplicemente usati con forte spirito di adattamento a contesti urbani e socio-economici complessi.
Altre volte ancora, immaginiamo, solo desiderati, da una finestra o un balcone, come fuga dall’isolamento domestico.

Elementi di resilienza urbana.

Tracce di una “città invisibile”, che inesorabilmente si appropria degli spazi di risulta dell’altra città, quella visibile, troppo spesso confinata entro i propri recinti e circoli. Parti dello stesso unico che non riescono però ad entrare in relazione, se non in modo conflittuale. “[…] come un foglio di carta, con una figura di qua e una di là, che non possono staccarsi nè guardarsi …”

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