La città dell’uomo di Adriano Olivetti

Testo e foto di Claudio Rosso

Nel 1933, all’età di 32 anni, Adriano Olivetti divenne direttore generale di una piccola fabbrica di macchine da scrivere fondata da suo padre a Ivrea, nel nord-ovest italiano, ai piedi delle Alpi, trasformandola-nei successivi 30 anni- da piccola impresa familiare a vero e proprio fenomeno globale.

La Olivetti divenne in breve una grandissima azienda con fabbriche in cinque paesi e punti di distribuzione in oltre 100: le sue eleganti, portatili, macchine da scrivere divennero in breve icona del design italiano; trasformando Ivrea da piccola cittadina di provincia a principale centro industriale italiano, attirando ingegneri, progettisti e disegnatori da tutto il paese. Tra il 1930 ed il 1960 la popolazione cittadina raddoppiò a 30.000 abitanti e molto più crebbe nei paesi limitrofi.

La reale, ambiziosa ossessione, di Adriano Olivetti è stata tuttavia di trasformare il suo quartier generale in un modello di metropoli industriale; Olivetti la descrisse nel suo libro La città dell’uomo -pubblicato nel 1960, poche settimane prima della sua morte- come “…armonia tra vita pubblica e privata, tra lavoro e casa, tra luogo di produzione e luogo di utilizzo… le strade, la fabbrica, le case sono il più sostanziale e visibile elemento dell’evoluzione della civilizzazione: una città industriale umana.“ Olivetti a tale scopo chiamò a Ivrea i principali architetti dell’epoca per progettare nuovi edifici e, a differenza delle grandi torri in cemento grigio, cresciute a dismisura in altre città industrializzate non solo italiane, Ivrea si riempì rapidamente di luminose architetture moderne, con non più di quattro piani. Tutte le palazzine della fabbrica e le abitazioni private furono accuratamente pianificate ed integrate nel tessuto urbano cittadino, con abbondanti spazi verdi e piccole villette per i dipendenti e campi sportivi. Una nuova fabbrica venne eretta, quasi esclusivamente in vetro, affinché i lavoratori all’interno “…fossero in grado di vedere le montagne, le valli da cui provengono e dall’esterno tutti potessero vedere ciò che accade all’interno… per combinare ed armonizzare uomo e macchina, per usare la tecnologia in maniera umana affinché fosse davvero al servizio dell’uomo”.

All’interno della fabbrica i dipendenti avevano retribuzioni, condizioni ed orari di lavoro molto migliori di quanto accadeva in altre industrie italiane dell’epoca: all’interno delle fabbriche erano presenti caffetterie, mense, aree relax, asilo-nido per i figli dei dipendenti e biblioteche, mentre all’esterno era presente una vasta rete di servizi sociali. Nel 1956 Olivetti venne eletto sindaco della città e due anni dopo fu eletto parlamentare. Nel 1959 sostenne parte delle spese per la progettazione e costruzione di edifici residenziali, una circonvallazione, un nuovo ponte sul fiume Dora e la ristrutturazione del centro storico cittadino, mentre l’azienda -sempre vivacemente innovativa- si indirizzava al settore dell’elettronica progettando ed in seguito realizzando alcuni dei primi personal computers al mondo.

Dopo la morte di Adriano Olivetti, nel 1960, la compagnia entrò nel settore delle telecomunicazioni ma,con il passare degli anni, e dei diversi proprietari, l’azienda si è lentamente frammentata in varie parti perdendo via via centinaia di dipendenti. Attualmente possiede piccola parte della Telecom mentre alcuni dei principali edifici dell’epoca d’oro, vere e proprie icone architettoniche ed urbanistiche, giacciono ormai vuoti ed abbandonati mentre altri sono utilizzati per altri scopi.

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