Un “ventennio” fa.

Ci sono luoghi che continuano a stupirci, a distanza di anni, per la loro capacità di non cambiare, di restare sempre uguali a se stessi: sia nella loro bellezza, sia nei propri limiti congeniti.

Gaeta, gennaio 2018. Tutto sembra rimasto come nei miei ricordi di bambino: le bancarelle di accoglienza, chiuse vista la stagione invernale; l’insegna, color azzurro, dell’accesso alla “Grotta del Turco”; i suggestivi scorci paesaggistici della “Montagna Spaccata” e del belvedere. Poi, a sopraggiungere è la percezione di una difficoltà gestionale diffusa: l’accesso alla grotta, da più di un anno, possibile solo fino al sessantesimo scalino per motivi di sicurezza, visti i crolli della parete rocciosa; i limiti delle urbanizzazioni e dell’edilizia al contesto; i “soliti” elementi di degrado.

Quello che resta, alla fine, è un’immagine complessiva in cui prevalgono i contrasti (uomo-natura; spirito-materia; bello-brutto, sacro-profano, amore e disprezzo), forse ben sintetizzata dall’accostamento impossibile, nella vetrina di un bar, di souvenir nostalgici del ventennio fascista con immagini sacre del Santuario della SS. Trinità.

Prendersi cura di questi luoghi, attraverso la fotografia, significa soprattutto tentare di immaginarli migliorabili. Superare le “letture limitate” di denuncia, degli elementi di degrado, piuttosto che di propaganda, delle componenti di pregio, provando a restituire lo stato di fatto nella sua complessità.

E’ solo dalla comprensione di questa complessità, spesso semplicemente accettata come un’abitudine, che è possibile proporre una lettura delle criticità, in “negativo”, finalizzata all’individuazione di possibili scenari di sviluppo. Chiedendosi se il modo di cambiare, o non cambiare, del luogo continua, attraverso gli anni, a dare forma ai desideri o se sono i desideri ad essere cancellati dal luogo stesso.

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