Casa Bossi, Novara

Testo e foto © Giovanni Cecchinato

Parto dalle informazioni che trovo su  Wikipedia a proposito di Casa Bossi.

“L’edificio venne commissionato nel 1857 ad Alessandro Antonelli da Luigi Desanti, nobiluomo corso, che aveva acquistato a Novara il fabbricato settecentesco appartenente alla marchesa Amalia Coconito di Montiglio, situato nell’antica contrada di Sant’Agata. Alessandro Antonelli dallo stesso anno iniziò i lavori di modifica e di ampliamento dell’edificio, completando la facciata nel 1859. Un importante descrizione sul fabbricato ci è dato da un documento notarile del 1864, anno in cui Luigi Desanti ipotecò l’edificio a favore dell’ospedale Maggiore della Carità di Novara. Nel 1865 le costruzioni adiacenti all’edificio furono definitivamente demolite, rendendo così possibile il prolungamento di via Pier Lombardo direttamente sul baluardo. Iniziarono quindi i lavori di rifinitura della facciata laterale, sulla quale si apre il portone di entrata principale. Nello stesso anno morì il committente e l’edificio venne ereditato dalle tre figlie, Carlotta Talenti, Luigia Penazzo e Bianca Merialdi, che quindici anni dopo, il 29 dicembre del 1880 vendettero la proprietà al cavaliere Carlo Bossi. Nel 1927 Carlo Bossi lasciò in eredita l’edificio al figlio Ettore, ed alla figlia Emma Bossi Acerbi Bertone. Nel 1935 gli fu affiancato sulla facciata settentrionale un nuovo corpo di fabbrica che ne nascose interamente le decorazioni. Furono inoltre aggiunti balconi di raccordo fra Casa Bossi e il nuovo edificio. Alla morte di Ettore Bossi, avvenuta nel 1951 l’edificio passò al “Civico istituto Dominioni”, che nel 1970 ne vendette la maggior parte degli arredi all’asta. Il degrado della costruzione costringe al rifacimento della copertura nel 1999; arredi e decorazioni vengono asportati da incursioni vandaliche e alcune entrate sulla facciata principale verso il giardino vengono chiuse. La casa fu protagonista insieme ai suoi abitanti e frequentatori di un romanzo di Sebastiano Vassalli intitolato Cuore di pietra (romanzo)”

Il mio incontro con i responsabili del “Comitato d’Amore per Casa Bossi” è stato un fortuito caso ad una mia esposizione a Piacenza.  In quel contesto ci è venuto spontaneo pensare di trovarci a Novara per vedere come potevo interpretare questo edificio che ha molte storie da raccontare.

Mi è piaciuta innanzitutto l’energia con la quale questo gruppo di persone tenta di tenere in vita questa splendida costruzione che sarebbe andata perduta o diventata fatiscente se non ci fosse stato il loro intervento.

Il mio incontro con Casa Bossi è stato corto e in una giornata di febbraio, che “uggiosa” è dire poco; e nel mio dover estrarne gli aspetti architettonici globali ho riscontrato delle difficoltà dovute sopratutto al tempo… ecco che allora, ho deciso di raccontare anche gli interni nelle loro peculiarità. Segni, emozioni, retaggi, passione per il decoro, un antico fasto, rimasto anche se arrugginito ….

Insomma un connubio di come una dimora di natura condominiale dovrebbe essere per viverla appieno.  Un pensiero lungimirante di un architetto tra i meno celebrati del periodo neoclassico italiano.

Qui allego la descrizione dell’edificio che offre il sito dedicato www.casabossinovara.com

“Casa Bossi non è solo un monumento assoluto frutto dell’avveniristica genialità architettonica di Alessandro Antonelli, capace di unire lo splendore del neoclassicismo alla composta eleganza dell’ottocento, ma un vero e proprio luogo del cuore della Novara d’altri tempi.
Di fronte ad essa si dischiude il maestoso panorama delle Alpi, mentre alle spalle, a pochi metri dal centro storico, svetta il simbolo maggiormente conosciuto di Novara, la Basilica di San Gaudenzio con l’imponente cupola, anch’essa opera dell’architetto Antonelli, che insieme alla Mole Antonelliana di Torino è tra gli edifici in muratura più alti del mondo. 
L’orientamento planimetrico della Casa non allineato con il viale alberato su cui si affaccia, ma ruotato per migliorare il soleggiamento della facciata Ovest è la testimonianza di una sensibilità progettuale già improntata ad armonizzarsi con le condizioni ambientali e quindi in qualche modo già incline ad una eco-sostenibilità ante litteram. Il fabbricato, con una superficie complessiva di 6.500 mq e circa 200 stanze, è un esempio straordinario di tecnica costruttiva grazie alla struttura basata su fulcri portanti che sostengono soffitti a volta molto ribassati. In tal modo viene anticipata con l’antica tecnica della muratura una versatilità costruttiva che nei paesi più industrializzati d’Europa si cominciava a realizzare in quegli anni solo con il ferro e il cemento armato. Con raffinate soluzioni estetiche gli spazi della Casa presentano un ricco apparato decorativo, oggi segnato dal tempo e reso unico da straordinari effetti delabrè. Gli ampi spazi e la suggestiva ubicazione ne hanno fatto, e ne faranno certamente anche in futuro, un “teatro” naturale di manifestazioni ed attività di diversa natura che rinsalderanno la storia del monumento al tessuto sociale cittadino. “

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Parco agricolo sud: la natura dell’uomo

Testo e foto di: arch. Karen Anyabolu

Il percorso attraversa la pianura per circa 15 km e intende raccontare la più o meno impattante presenza dell’uomo in questi luoghi apparentemente piatti e monotoni. Si vogliono evidenziare i diversi elementi che, al di là delle coltivazioni e della natura, caratterizzano questi spazi: dalla rete elettrica, un segno minimo, alle cascine coloniali che vanno a costruire strade e piazze al loro interno, agli imponenti silos, ai cimiteri lontani dai centri abitati… Le immagini rendono protagonisti questi elementi che risaltano nello spazio.

Ciò che costruisce la fotografia sono le geometrie, i volumi e il rapporto tra essi; si avverte una tensione tra gli oggetti/soggetti in sospeso nello spazio aperto dei campi coltivati. A dare forza a queste composizioni e disposizioni si ritrova il ritmo e la scansione dell’orizzonte e del cielo negli elementi naturali quali sono gli alberi che per la loro forma e per la loro posizione concorrono con le costruzioni al disegno del paesaggio.

Altro elemento ripreso è la strada: non la strada del tessuto urbano compatto che risulta essere lo spazio tra un edificio ed un altro, ma all’inverso, è la parte evidentemente artificiale tra le distese verdi. Nonostante il paesaggio orizzontale e pianeggiante che la potrebbe nascondere, la strada è comunque un elemento molto forte nel territorio.

Il percorso presenta un andamento particolare. Inizialmente è più veloce, riprende gli elementi nel territorio differenti tra loro, come a documentare la storia e le caratteristiche di un luogo; andando avanti il “viaggio” rallenta sempre di più, si acquisisce una visione sempre più attenta agli spazi e a i luoghi che si vengono a creare, al paesaggio che cambia solo spostandosi di qualche decina di metri.  E’ uno scendere e introdursi nel luogo man mano acquisendo sempre più consapevolezza e stringendo un rapporto col luogo.

 

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La città dell’uomo di Adriano Olivetti

Testo e foto di Claudio Rosso

Nel 1933, all’età di 32 anni, Adriano Olivetti divenne direttore generale di una piccola fabbrica di macchine da scrivere fondata da suo padre a Ivrea, nel nord-ovest italiano, ai piedi delle Alpi, trasformandola-nei successivi 30 anni- da piccola impresa familiare a vero e proprio fenomeno globale.

La Olivetti divenne in breve una grandissima azienda con fabbriche in cinque paesi e punti di distribuzione in oltre 100: le sue eleganti, portatili, macchine da scrivere divennero in breve icona del design italiano; trasformando Ivrea da piccola cittadina di provincia a principale centro industriale italiano, attirando ingegneri, progettisti e disegnatori da tutto il paese. Tra il 1930 ed il 1960 la popolazione cittadina raddoppiò a 30.000 abitanti e molto più crebbe nei paesi limitrofi.

La reale, ambiziosa ossessione, di Adriano Olivetti è stata tuttavia di trasformare il suo quartier generale in un modello di metropoli industriale; Olivetti la descrisse nel suo libro La città dell’uomo -pubblicato nel 1960, poche settimane prima della sua morte- come “…armonia tra vita pubblica e privata, tra lavoro e casa, tra luogo di produzione e luogo di utilizzo… le strade, la fabbrica, le case sono il più sostanziale e visibile elemento dell’evoluzione della civilizzazione: una città industriale umana.“ Olivetti a tale scopo chiamò a Ivrea i principali architetti dell’epoca per progettare nuovi edifici e, a differenza delle grandi torri in cemento grigio, cresciute a dismisura in altre città industrializzate non solo italiane, Ivrea si riempì rapidamente di luminose architetture moderne, con non più di quattro piani. Tutte le palazzine della fabbrica e le abitazioni private furono accuratamente pianificate ed integrate nel tessuto urbano cittadino, con abbondanti spazi verdi e piccole villette per i dipendenti e campi sportivi. Una nuova fabbrica venne eretta, quasi esclusivamente in vetro, affinché i lavoratori all’interno “…fossero in grado di vedere le montagne, le valli da cui provengono e dall’esterno tutti potessero vedere ciò che accade all’interno… per combinare ed armonizzare uomo e macchina, per usare la tecnologia in maniera umana affinché fosse davvero al servizio dell’uomo”.

All’interno della fabbrica i dipendenti avevano retribuzioni, condizioni ed orari di lavoro molto migliori di quanto accadeva in altre industrie italiane dell’epoca: all’interno delle fabbriche erano presenti caffetterie, mense, aree relax, asilo-nido per i figli dei dipendenti e biblioteche, mentre all’esterno era presente una vasta rete di servizi sociali. Nel 1956 Olivetti venne eletto sindaco della città e due anni dopo fu eletto parlamentare. Nel 1959 sostenne parte delle spese per la progettazione e costruzione di edifici residenziali, una circonvallazione, un nuovo ponte sul fiume Dora e la ristrutturazione del centro storico cittadino, mentre l’azienda -sempre vivacemente innovativa- si indirizzava al settore dell’elettronica progettando ed in seguito realizzando alcuni dei primi personal computers al mondo.

Dopo la morte di Adriano Olivetti, nel 1960, la compagnia entrò nel settore delle telecomunicazioni ma,con il passare degli anni, e dei diversi proprietari, l’azienda si è lentamente frammentata in varie parti perdendo via via centinaia di dipendenti. Attualmente possiede piccola parte della Telecom mentre alcuni dei principali edifici dell’epoca d’oro, vere e proprie icone architettoniche ed urbanistiche, giacciono ormai vuoti ed abbandonati mentre altri sono utilizzati per altri scopi.

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Italcementi Monopoli

Testo e foto di Paolo Moretti

Monopoli, sorgendo sulla costa adriatica, da sempre rappresenta uno dei porti più attivi e popolosi della regione Puglia. L’importanza dello scalo di Monopoli nell’ultimo secolo si evince, non solo dalla cementeria, ma anche da altre attività di stabilimenti industriali.
La chiusura della cementeria, proprietà di Italcementi, verso la fine degli anni ottanta, ha creato pesanti perdite occupazionali ma un notevole beneficio per l’ambiente. Queste immagini ritraggono il territorio portuale di Monopoli. Precisamente il sito dove vi erano, attivi, un cantiere navale e una fabbrica di cemento. La cementeria fu costruita nel 1912, la prima grande industria della città, concludendo la sua attività nel 1983. Buona parte dello stabilimento è stato abbattuto, lasciando uno spazio in disuso molto ampio. Caratteristica del sito sono le due canne fumarie, simbolo di riconoscimento del luogo in questione.

La situazione attuale è quella che riporto nelle immagini.

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Vedi Milano

È vedere il nostro esercizio preferito, nel modo in cui il vedere comporti una percezione reale, precisa.

L’ambiente urbano genera trame complesse di elementi sovrapposti, spesso accostati senza un disegno d’insieme; geometrie che si intrecciano casualmente nelle quali però è possibile vedere la ricchezza del pensiero umano che le ha generate.

(foto di Davide M. e Luca R.)

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ITSOS Marie Curie e BeautyItaly – Conoscere l’Italia attraverso le fotografie degli studenti

[…] la principale opera d’arte su cui l’educazione umana dovrebbe basarsi è il “luogo” che ci conferisce la nostra identità. Solo quando comprenderemo i nostri luoghi, saremo in grado di partecipare creativamente e di contribuire alla loro storia. (Christian Norberg-Schulz)

Presentiamo una selezione di immagini, raccolte dagli studenti di alcune delle classi prime e seconde – indirizzi: Informatica e Telecomunicazioni (INF) e Chimica, Materiali e Biotecnologie (BIO) – dell’ ITSOS Marie Curie di Cernusco sul Naviglio, nell’ ambito del corso di Tecniche e Tecnologie della Rappresentazione Grafica.

Ai ragazzi, di età compresa tra i 14 e i 16 anni, è stato chiesto di raccontare con delle immagini i propri luoghi. Sono state proposte alcune tematiche d’indagine per conferire ai lavori, il carattere del progetto fotografico. L’uso della fotografia è dichiaratamente strumentale alle finalità dello studio dei luoghi oggetto d’indagine, elemento base su cui applicare e sperimentare i principi di schematizzazione geometrica studiati durante il corso.

Dopo averle condivise con la classe, mediante video-proiezione, le fotografie sono state oggetto di discussione e selezione. Quindi stampate e studiate singolarmente tramite ridisegno su carta da lucido, per una preliminare lettura strutturale delle immagini. L’individuazione dei principali elementi geometrici, seguita dall’associazione di quest’ultimi a sistemi riconoscibili (ambientale, insediativo, relazionale), ha permesso di restituire alcune dinamiche critiche in atto, nello stato di conservazione e nelle modalità di trasformazione dei luoghi rappresentati.

Infine, la condivisione delle immagini su BeautyItaly e sulle pagine web dell’ ITSOS Marie Curie, come: momento di apertura, opportunità di partecipazione e crescita degli interlocutori; dimensione imprescindibile per operare consapevolmente sui luoghi.

La fotografia, oggi alla portata di tutti (soprattutto dopo l’avvento del digitale), può così divenire espressione di un civile sentimento di vicinanza ai luoghi; strumento di comprensione, certamente modalità per “prendersi cura di”.

Luoghi o “città” che, non sono oggetto di giudizio critico se belle o brutte, “felici” o “infelici”, ma che riprendendo le parole di Italo Calvino, ha senso dividere in altre due specie: “quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare le città o ne sono cancellati.”

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Lo sguardo e l’identità

Progetto fotografico e testo di Giovanni Cecchinato | www.giovannicecchinato.it

Mestre è a tutti gli effetti amministrativi e pratici Venezia. Ma come? Si direbbe. Ebbene si, quella sorta di città avvolta dal sogno e dall’acqua , meta di turisti alla ricerca del romantico sogno di una città che dura da più di mille anni (cosa straordinaria al pensiero, quasi una sorta di impero Maja nel centro Europa), ha una parte di se, radicata nella terraferma, ingrigita dal cemento e, mi permetto poichè ci vivo, lasciata allo sbando per più di trent’anni. Per una mera logica di sopravvivenza e di necessità amministrative, Venezia non più popolosa, necessita di estendere la sua demografia a quella che ormai viene chiamata (forse prima in Italia) Area Metropolitana di Venezia, per raggiungere il fatidico dato di c/a 858 mila persone che le permettono di contrastare le più popolate provincie di Padova e Verona. Ma un altra cosa colpisce di più, il primato nella classifica dei comuni più popolosi che la portano ad essere la prima città nel Veneto con 264.579 persone (dato all’01/01/15 di http://www.tuttitalia.it). Effettivamente la città lagunare conta neanche 56.311 abitanti nel centro storico 28.792 nell’estuario ed isole e le restanti 179.476 sono sparse in quelle che vengono chiamate Frazioni (dato ufficiale del comune però del 2014 http://www.comune.venezia.it). Dunque, Mestre frazione, o come piace chiamarla alle amministrazioni “Municipalità”. Un blocco di circa 170.000 persone che non possono amministrare il luogo in cui abitano e soprattutto che non possono rivendicare un’identificazione precisa.

Un’identità mancata. Una sudditanza ed il rimando del governo della città a chi ha altre necessità e altri problemi. Uno sfacelo strategico partito nell’immediato dopo guerra e arrivato ai giorni nostri, perdonato dalla necessità di preservare una città patrimonio dell’umanità. Il motivo è chiaro. Evito di prolungare il tema, che avrebbe chiose e meandri paludosi in cui vivere per anni, anche alla luce degli interessi economici di natura criminale su Venezia e le sue attività (vedi “Mose”).

Ora vorrei dire alcune cose su Mestre.
La risultanza della bellezza di un luogo sta’ dunque nella sua identità e nella strategia in cui si definiscono spazi, necessità e servizi, in un ottica di crescita e di funzionalità. Ecco Mestre è una città brutta, e senza identità perché tutto ciò non è stato fatto.

Forse non a caso, Gabriele Basilico, nella sua ricerca ha posato l’occhio su questo luogo. Anche se il suo lavoro su Mestre non ha la portata epica di altri luoghi ritratti, ha importanza. Almeno per me e per tanti altri. Non ha ritratto Venezia, o Marghera. Mestre nella sua “medietà”, nel suo essere “non luogo”, forse nella sua melanconica urbanizzazione volta a creare piccoli mausolei di cemento, ormai scolorito e fuori tempo, creati per l’interesse di scaltri costruttori, e fruitori di un periodo di mancata regolamentazione e privo di strategia futura (forse volutamente). Il mio progetto ha ripercorso i tratti del maestro e ne ha reinterpretato a 15 anni di distanza l’esame. Sicuramente con meno enfasi e con meno perizia. Ma forse, come mi viene ripetuto, le immagini di “Evolutio Visio” hanno una loro grazia. Hanno quasi la velleità di esprimere una Mestre che non esiste, mi viene ribadito. Ma io ho guardato Mestre, e se traspare qualcosa di bello, beh… allora c’è … la macchina fotografica vede ciò che gli sta difronte… allora anche questa città ha una sua piccola e frivola beltà. Forse una sua identità? o forse è solo il forzato desiderio dello sguardo di chi osserva?

Giovanni Cecchinato Venezia Italia © 2015 All Rights Reserved

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